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LEPTINA
La leptina antiepilettica. Da ormone del grasso a potente modulatore
cerebrale.
di Francesco Bottaccioli* Recentemente sul Journal of clinical investigation
è stato dimostrato su un modello animale che la
somministrazione, tramite spray nasale, di leptina causa una brusca interruzione
di un attacco
epilettico sperimentalmente indotto. I ricercatori sperano che da questi studi
possa emergere la
possibilità di mettere sul mercato uno spray, a base di leptina, utile
soprattutto nell’emergenza,
quando insomma l’attacco mostra le prime classiche avvisaglie, per stopparlo
sul nascere.
Sarebbe indubbiamente un progresso rilevante, vista la mediocre efficacia dei
farmaci attuali, la
loro tossicità e il consistente numero di malati per i quali risultano
inefficaci.
La leptina è un ormone di cui si è sospettata l’esistenza
da più di mezzo secolo, da quando i
fisiologi, studiando la regolazione della fame e della sazietà, ipotizzarono
la presenza nel sangue di
fantomatici “fattori di sazietà”, prodotti da un gene, che
era mutato in un topo obeso e per questo
chiamato ob. Ma solo nel 1994, clonando il gene ob, si è potuto identificare
con esattezza il suo
prodotto, battezzato leptina, dal greco leptos, magro, proprio per la sua capacità
di regolare
l’assunzione di cibo.
I primi studi sperimentali furono entusiasmanti: l’iniezione di leptina
in animali con ob mutato ne
ridusse drasticamente il peso e la fame. L’estensione di questi esperimenti
agli umani fu un
fallimento. Per due ragioni: intanto perché la mutazione del gene negli
umani è rara e poi perché,
negli obesi, si riscontra molta leptina circolante nel sangue ma scarsamente
efficace, perché si
verifica quella che è stata chiamata “resistenza leptinica”.
E cioè il segnale di sazietà della leptina,
che è abbondante nel sangue, non passa nel cervello (esattamente nell’ipotalamo
dove stanno i
centri della fame e della sazietà) perché la barriera sanguigna
(cosiddetta ematoencefalica), che
protegge il cervello, non fa passare il segnale. Perché? Sembrerebbe
che ci sia una forte riduzione
e\o mutazioni dei recettori per la leptina, causate proprio dall’eccesso
di cibo e dal concomitante
notevole incremento di trigliceridi e di insulina.
Ma se le applicazioni nel campo dell’obesità sono state un fallimento,
negli ultimi anni c’è stato un
fiorire di studi che hanno indagato altre funzioni cerebrali dell’ormone,
che, come ho accennato
sopra, è prodotto dalle cellule grasse del corpo ma è fortemente
recepito nel cervello, in particolare
nella sua “scatola nera”, nell’ipotalamo e nell’ippocampo,
le centrali di comando della produzione
degli ormoni e di attività cerebrali superiori come la memoria.
Per esempio, si è scoperto che la leptina ha un ruolo nella sessualità
e nella riproduzione. Animali
deficienti in leptina hanno anche disfunzioni nel sistema riproduttivo. Umani
con mutazioni nel
gene ob hanno anche i testicoli poco sviluppati. Per inciso, questo spiegherebbe
l’origine dell’
autodichiarato ipogonadismo di Giuliano Ferrara, che per l’appunto si
associa a obesità, mentre la
sindrome di Klinefelter, da lui evocata, è associata a magrezza e androginismo.
E spiegherebbe anche perché donne sofferenti di epilessia hanno più
frequentemente problemi
mestruali e ridotta fertilità.
Ma come fa la leptina a bloccare l’attacco epilettico? L’immagine
mostra il meccanismo. La leptina
diminuisce l’attività di un recettore per il glutammato, che è
il principale neurotrasmettitore
eccitatorio e che, nell’attacco epilettico, viene prodotto in grande quantità
eccitando un’intera area
cerebrale. Il blocco di questo recettore (in sigla AMPA) blocca l’eccitazione
nervosa.
Questa ricerca rafforza le precedenti conoscenze sul ruolo terapeutico per l’epilessia
di una dieta a
bassissimo contenuto di zuccheri e ad alto contenuto di grassi, la cosiddetta
dieta chetogenica che
aumenta fortemente i livelli di leptina, la quale, in soggetti non obesi, passa
facilmente nel cervello
e controlla gli attacchi.
Progetto web: www.massimilianobenvenuti.it
Articolo estratto dal sito – www.simaiss.it
* Società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia
Ha un’azione antidepressiva e di potenziamento della memoria
Diversi studi su animali e umani hanno dimostrato un rapporto inverso tra cortisolo
e leptina. Il
cortisolo è l’ormone dello stress per eccellenza e, spesso, nella
depressione i suoi livelli sono
sensibilmente più alti del normale. Quando la depressione se ne va, anche
il cortisolo torna a livelli
normali. Cortisolo alto e leptina bassa sono una caratteristica sia di modelli
animali di depressione
sia di persone affette da disturbi dell’umore e anche da disturbi psicotici.
Recentemente, un gruppo
di endocrinologi dell’Università di Belgrado ha documentato, sulla
rivista “Neuroendocrinology”,
che i nuovi farmaci antipsicotici, quelli di “seconda generazione”
o “antipsicotici atipici”, fanno
crescere i livelli di leptina mentre parallelamente fanno scendere i livelli
di cortisolo. Questa
regolazione ormonale sarebbe all’origine dell’efficacia superiore
di questi farmaci rispetto ai
precedenti. Ma, pur aumentando la leptina, i pazienti aumentano di peso. Ci
sarebbe quindi
comunque in queste persone un’alterazione del circuito cerebrale della
leptina.
Rilevanti infine gli studi su leptina e memoria. Un segnale adeguato dell’ormone
nel cervello
potenzia la memoria. Un eccesso la disturba perché sopprime completamente
il segnale del
glutammato necessario per la memorizzazione. (f.b.)
Anche il sistema immunitario è il suo bersaglio
Progetto web: www.massimilianobenvenuti.it
Articolo estratto dal sito – www.simaiss.it
Gli studi su leptina e immunità sono partiti da una insolita constatazione.
Quasi dieci anni fa, un gruppo di ricerca statunitense documentò una
relazione tra sovrappeso e
infiammazione. Misurando nel sangue i livelli della proteina c reattiva (pcr),
un importante
segnalatore dell’infiammazione, gli studiosi trovarono un aumento della
proteina in adulti in
sovrappeso e obesi.
Un paio d’anni dopo, lo stesso gruppo presentò i risultati di un
analogo lavoro realizzato su ragazzi
e ragazze tra gli 8 e i 16 anni di età. Anche in questo caso la conclusione
fu la stessa: la pcr è più
elevata quando i chili sono troppi.
L’altro dato interessante è che l’aumento della pcr è
legato a un aumento dei globuli bianchi, che
non deriva però da malattie. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a un’infiammazione
sistemica di
grado lieve che, al momento, non produce danni, ma segnala rischi seri. Del
resto, è da tempo noto
che le più importanti conseguenze cliniche dell’eccesso di peso
corporeo sono proprio le malattie
infiammatorie dei vasi sanguigni.
Perché, dunque, il peso eccessivo stimola l’infiammazione? Quali
sono i meccanismi biologici?
Negli ultimi anni si sono avuti molti dati al riguardo.
Intanto c’è una somiglianza sorprendente tra le cellule adipose
e i macrofagi, classiche cellule
immunitarie. Quest’ultimi esprimono geni tipici degli adipociti e hanno
una forte propensione ad
ingoiare molecole grasse anche rischiando di combinare guai, come nel caso della
formazione della
placca aterosclerotica, che prende l’avvio proprio da macrofagi ingolfati
di colesterolo (le
cosiddette “cellule schiumose” o foam cell). Gli adipociti, a loro
volta, producono sostanze
immunitarie sia di tipo infiammatorio che di tipo antinfiammatorio. Cellule
adipose e macrofagi
producono entrambi leptina, ma la vicinanza tra le due cellule è tale
che gli adipociti, nella prima
fase dello sviluppo, possono anche trasformarsi in macrofagi e, da adulti, svolgere
anche una
funzione immunitaria (fagocitosi).
In questo quadro appare chiaro che l’eccesso di grasso, soprattutto quello
di tipo viscerale (la
pancia!) che appare molto più attivo di quello sottocutaneo, possa incrementare
la segnalazione
infiammatoria anche tramite un eccesso di leptina, che quindi ha un ruolo importante
verso
l’immunità.
Un suo deficit conduce a una riduzione dell’attività del circuito
immunitario che ci difende da
infezioni virali e tumori (cosiddettoTh1). Un eccesso, invece, causa un’iperattivazione
infiammatoria con conseguente aumentato rischio di infiammazione cronica e autoimmunità.
In un recente modello sperimentale, Giuseppe Matarese, immunologo dell’Università
di Napoli, ha
dimostrato che la leptina è essenziale per il passaggio dal profilo Th2
al Th1: questo passaggio è
legato, nell’esperimento, alla comparsa di una sclerosi multipla, una
malattia autoimmune da Th1.
Ma l’attività infiammatoria dell’eccesso di leptina non finisce
con l’alterazione della bilancia
immunitaria. L’ormone riduce anche la produzione di cortisolo. Questa
azione controregolatrice sul
cortisolo è inoltre chiaramente visibile dal fatto che il ritmo giornaliero
della leptina è l’esatto
opposto di quello del cortisolo, almeno nel topo. Infine la leptina riduce la
sintesi degli androgeni da
parte delle surrenali. L’effetto complessivo della riduzione della produzione
di cortisolo e di
androgeni dalle surrenali è un aumento dell’infiammazione.
La figura dà un quadro degli effetti generali, attualmente noti, della
leptina su immunità e cervello
La combinazione di questi fenomeni potrebbe spiegare l’intrigante e clinicamente
rilevante
connessione tra cattivo controllo del peso, cattivo controllo dell’infiammazione
e squilibrio
neuroendocrino.
Francesco Bottaccioli
Articolo estratto dal sito – www.simaiss.it
Fonte: F. Bottaccioli, Il sistema immunitario, la bilancia della vita,
II edizione, Tecniche Nuove, Milano 2008