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MACROBIOTICA
Dall'unione delle parole greche: "makros" e "bios",
ha origine il termine "macrobiotica", il cui significato è
letteralmente: lunga vita, grande vita, vita piena. E' un'antichissima filosofia
orientale, di 5000 anni fa, il cui orientamento di base è rappresentato
da una visione olistica dell'uomo, dove ogni elemento è in equilibrio
con gli altri, e per quanto riguarda il cibo, esso è considerato fondamentale
per mantenere l'armonia tra la mente e il corpo.
Parlando di macrobiotica bisogna ricordare una figura molto importante, il medico
e filosofo Nyioti Sakurazawa, meglio conosciuto come George Ohsawa. Nacque a
Kioto nel 1893, viaggiò spostandosi tra gli Stati Uniti e l'Europa, fu
un grande sostenitore della macrobiotica, alla quale dedicò parecchi
studi e trattati, ispirandosi e osservando le regole alimentari dei monaci buddisti,
morì, nella sua città natale all'età di 73 anni.
Secondo Ohsawa, seguendo quotidianamente una corretta alimentazione era possibile
mantenere l'equilibrio tra Yin e Yang e dunque ottenere un buon livello di salute.
Il principio della macrobiotica è che tutto il cibo da noi consumato
si suddivide in due gruppi Yin (acido:latte, yougurt, frutta, tè, spezie
ecc) e Yang (alcalino:sale, carne, pesce, pollo, uova ecc), questi due principi
sono opposti ma allo stesso complementari, infatti la loro assunzione equilibrata
mantiene l'armonia tra mente e corpo, esistono comunque dei cibi "bilanciati"
quali ad esempio i cereali, i legumi e i semi oleosi. Ma quali sono le peculiarità
di un'alimentazione macrobiotica?
I principali alimenti che vanno considerati nella dieta del macrobiotico sono:
I cerealiDevono essere "completi", cioè non raffinati, è
possibile scegliere tra frumento, riso, orzo, avena, miglio, grano saraceno,
segale e mais. Rientrano in questo gruppo il Kokoh (mix di farine provenienti
da cereali differenti arricchite con sesamo e soia) e l'Arrowroot (fecola ricavata
dall'omonima pianta).
I grassiTahin, è una tipologia di burro ricavato dal sesamo, spesso viene aggiunto alla salsa di soia per condire zuppe. Il Gomasio, che si ricava dalla lavorazione del sale marino integrale unito al sesamo. Il Sesamo si presenta con dei piccolissimi semi oleosi. Tra i grassi non sono previsti il burro o la margarina ma è possibile utilizzare l'olio extra vergine di oliva.
Le algheSono molto usate poiché sono molto ricche di sali minerali e vitamine, tra le più conosciute è possibile evidenziare l'Iziki, alga molto scura, che si presenta con lunghi fili il suo gusto è particolarmente deciso, si consuma con il Tamari (salsa di soia). Wakame, Kombu, quest'ultima ha un sapore molto dolce e gradevole, Nato e Dashi sono una varietà dell'alga Kombu. E poi la Dulse un'alga dal gusto aromatico e un po' piccante, e dal colore rosso porpora.
Le leguminoseLenticchie, ceci, soia, Azuki (un fagiolo rosso di soia utilizzato soprattutto nelle zuppe, di origine giapponese). L'acqua di cottura degli azuki, ma in generale dei legumi o dei cereali è consigliata come bevanda perché ricca di sali minerali e vitamine, quindi molto nutriente.
Esistono delle regole da osservare per avvicinarsi correttamente e consapevolmente
ad una dieta di questo tipo:
evitare gli alimenti sofisticati o raffinati (trattati industrialmente)
preferire i cibi provenienti da coltivazioni e allevamenti "naturali"
(senza additivi chimici, per le coltivazioni o per i mangimi)
eliminare lo zucchero, i dolci, le caramelle e il miele
preferire frutta e verdura di stagione, evitare frutti esotici e verdure surgelate
evitare patate, pomodori e melanzane
evitare latte e derivati
preferire il pesce alla carne, la quale va inserita raramente nell'alimentazione
macrobiotica
non usare spezie e sale comune ma solo il sale marino allo stato naturale
masticare a lungo i cibi, per favorire la digestione e per apprezzare il reale
sapore del cibo
eliminare il caffè, al suo posto è possibile introdurre dei surrogati,
quali ad esempio il Jannoh (si ricava dall'unione tra frumento, soia, bardana
e radici di tarassaco torrefatti), o ancora il Dendelio (ottenuto dalle radici
di tarassaco e cicoria torrefatte)
Chi segue una dieta macrobiotica ha un'alimentazione ricca di liquidi conseguente
al consumo di molta frutta, verdura, legumi e cereali cotti in abbondante acqua,
e tra le bevande introduce tè e surrogati del caffè, quindi potrebbe
avvertire un minor bisogno di bere acqua. Questa alimentazione potrebbe essere
percentualmente schematizzata nel seguente modo: il pasto sarà armonico
se conterrà il 50% di cereali integrali, il 25% di proteine di cui il
10% di origine animale e il 15% di origine vegetale, il 25% tra verdure (cotte
e crude) e frutta.
Per quanto concerne la preparazione dei cibi è prevista l'applicazione
di accorgimenti diversi tra i quali il Nituke, per le verdure.
Consiste nel tagliare molto finemente le verdure, le quali vanno poi fritte
in pochissimo olio e acqua, insaporite con un pizzico di sale marino, la cottura
è completata alla totale evaporazione dei liquidi, si può servire
con salsa di soia. Il pane di frumento dovrebbe lievitare spontaneamente senza
l'utilizzo di lieviti chimici. a frutta e la verdura vanno pulite con un particolare
spazzolino di setole naturali (non vanno sbucciate). La frutta va consumata
lontano dai pasti. Le alghe vanno lavate con abbondante acqua fredda e lasciate
a bagno per farle ammorbidire. Salare gli alimenti solo a inizio cottura.
Nella cucina macrobiotica non dovrebbero mancare pentole e tegami in acciaio
inossidabile, pirofile e teglie in terracotta, sono da evitare le pentole in
alluminio, perché altererebbero le proprietà dei cibi. Il legno
è il materiale consigliato per i mestoli mentre il bambù è
ottimo per i cestelli (per la cottura a vapore). Per avvicinarsi alla macrobiotica
occorre un orientamento mentale e fisico, rilassato e soprattutto volto alla
gradualità e ad un percorso da svolgere a piccoli passi. L'uomo occidentale
è spesso legato a ritmi stressanti e oggi più che mai, avverte
il bisogno di ridimensionare la sua vita e al contempo la sua alimentazione.
Sempre più cosciente che è possibile raggiungere l'armonia psicofisica
e conseguentemente un maggior benessere conoscendosi meglio, curando e ascoltando
i reali bisogni del nostro organismo che spesso, sono molto lontani dai richiami
meramente consumistici.
Tratto da: http://www.benessere.com
Filosofia e macrobiotica
Le persone che si sono interessate alla macrobiotica sono già relativamente
numerose, ma solo una modesta percentuale di queste hanno poi utilizzato il
nuovo punto di vista facendolo diventare una scelta di vita condotta con coerenza
e costanza.
I custodi di questo sito ritengono che ciò sia dovuto non già
a possibili limiti della dottrina macrobiotica quanto piuttosto a tre fattori
principali che, poi, sono alla radice della conseguente difficoltà a
superare il primo periodo, non facile, in cui ci si ritrova a dover modificare
le proprie abitudini di vita da tempo acquisite.
Questi tre fattori sono da un lato una ancora non adeguata chiarezza sul piano
filosofico, la poca autonomia sul piano religioso e, infine, la difficoltà
personale a rimettere in discussione le certezze acquisite dalla scienza ufficiale.
Questi tre fattori sono spesso strettamente collegati tra loro, per cui è
bene esaminarli con una certa attenzione.
Tutti gli esseri umani hanno una propria visione filosofica, intendendo con
questo non già una scelta operata all’interno di quei sistemi filosofici
normalmente studiati nella scuola media superiore, quanto piuttosto un proprio
personale modo di dare un senso alla vita.
Chi ha già studiato o si è personalmente interessato alla storia
della filosofia distingue nettamente il piano filosofico da quello religioso
mentre chi non ha dimestichezza con la dimensione filosofica come momento speciale
della cultura tende naturalmente a sovrapporre, nella visione del mondo che
lo aiuta ad affrontare la vita, il momento filosofico a quello religioso: è
in questo senso che abbiamo affermato che qualunque persona ha una propria visione
filosofica. Il fatto è che il più delle volte non ci si rende
conto di questa sovrapposizione e si finisce per ridurre semplicisticamente
il problema alla possibile alternativa dell’essere d’accordo con
i principi religiosi che ci sono stati insegnati o nel rifiutare questa possibile
soluzione.
Occorre invece, se si vuole affrontare con maggiore consapevolezza la dottrina
macrobiotica, fare chiarezza su questa distinzione perché la proposta
macrobiotica, come viene esposta in questo sito, è sintesi di filosofia,
religione e scienza nel senso che in essa i tre momenti della ricerca della
conoscenza possono convergere dando origine a una forza interiore eccezionale
che necessariamente, però, si sostituisce alle certezze in precedenza
sedimentate.
In questo senso è fondamentale acquisire un minimo di dimestichezza con
il discorso filosofico perché altrimenti diventa alto il rischio di avvicinarsi
alla macrobiotica come ad una moda e, come tale, capace di suscitare interessi
superficiali e perciò incapaci di portare a scoprire il potenziale rivoluzionario
di questo modo di vivere.
All’interno della cultura occidentale contemporanea, e da diversi secoli
ormai, parlare di filosofia è fare un discorso con una sua specificità
per cui essa si distingue dalle altre discipline o linee di ricerca.
Ora, se definiamo la filosofia come desiderio e ricerca di conoscenza e la distinguiamo
sia dalla scienza che dalla religione, scopriamo che, nella misura in cui la
scienza, con le sue applicazioni sul piano tecnologico, ha finito per imporre
la sua dimensione come l’unico modo serio e produttivo di intervento sul
mondo, ha costretto la filosofia a difendere un suo spazio che il tempo ha visto
progressivamente ridursi.
Oggi la filosofia è sovente un sapere accademico che si è ridotto,
da un lato, ad essere un momento particolare all’interno di una scienza
che cerca di recuperare o ridiscutere i propri fondamenti, e in tal senso viene
chiamata epistemologia, dall’altro, si riduce a difendere la legittimità
del suo esistere come storia della filosofia, proprio in quanto matrice da cui
è emersa quella scienza che ha fatto dell’uomo il manipolatore
del mondo come mai prima si era verificato. Ancora, nella dimensione filosofica
noi oggi vediamo utilizzato un linguaggio da iniziati inaccessibile alla gente
comune; un livello di ricerca in archivi e biblioteche in cui si passa un’intera
esistenza per giustificare una cattedra universitaria; un dialogare all’interno
di una ristretta comunità di specialisti che giustificano la società
con le sue tendenze di sviluppo oppure la contestano, apparentemente in modo
anche radicale, ma in realtà rimanendo sempre saldamente abbarbicati
a quelle strutture e istituzioni che vedono nella filosofia un parente povero
ma le cui nobili origini ne legittimano la presenza a livelli accademici.
Qui invece si vuole riproporre la filosofia come il momento più alto
di conoscenza a cui l’uomo possa tendere, anche se in questo senso non
può godere di molto favore da parte delle istituzioni che detengono il
potere.
A questo punto occorre ridefinire il significato del termine conoscenza: se
con esso intendiamo la capacità di trasformarsi in risultati concreti
sul piano materiale, la filosofia non è in grado di sostituirsi alla
scienza. Pur convinti che la filosofia sia il momento più qualificante
l’essere umano come realtà cosciente di sé, non abbiamo
nessuna pretesa di operare questa sostituzione: inevitabilmente si deve ricorrere
alla scienza per la soluzione dei problemi esistenziali nella loro dura immediatezza
ma, al di là di questo ordine di problemi e, anzi, paradossalmente, nella
misura in cui questi problemi vengono progressivamente risolti grazie alla scienza
applicata, riemerge insopprimibile e contemporaneamente inappagato il bisogno
di dare un senso al nostro esserci e al nostro essere nel mondo.
In tal modo la filosofia diventa un momento di ricerca e di riflessione che
va oltre la scienza e si sovrappone alla religione nella misura in cui vuole
essere un momento di consapevolezza conquistata in modo personale e non recuperata
come verità già definita che altri ci possono offrire.
In realtà poi il discorso diventa via via più dialettico e sfumato,
per cui lo scienziato che si chiede il perché e l’origine della
materia sta facendo un discorso filosofico, proprio in quanto le sue ipotesi
non si traducono e per chissà quanto tempo non potranno tradursi in ipotesi
falsificabili sul piano oggettivo sperimentale. Così, d’altra parte,
il credente che, non pago di una fede che gli impone di rinunciare alla critica
razionale nei confronti di asserzioni definite come dogmi e misteri da credere
nella loro irrazionalità, tenta la strada intuitiva per andare al di
là di ciò che nel testo sacro è diventato una formula che
le varie istituzioni religiose pretendono di avere decodificato una volta per
tutte, si ritrova anch’egli su un piano che è filosofico. Quel
piano, cioè, che si qualifica come il tentativo di giustificare e comprendere
se stessi giungendo a conquistare la pace e la serenità interiore e,
quindi, a riconciliarsi con la vita, ma con la sensazione di gestire personalmente
questa ricerca.
Non per nulla sia questo tipo di scienziato che questo tipo di credente sono
normalmente considerati scomodi all’interno delle istituzioni: in campo
religioso, specie nell’area cattolica e islamica, la difesa di verità
definitivamente acquisite è dura e intransigente; nell’area scientifica
questa chiusura è meno rigida e gli spazi per una possibile rimessa in
discussione di verità cristallizzate sono più ampi. Ma, anche
in campo scientifico, la vischiosità di un sapere ancorato a certezze
acquisite ha sempre reso dura la vita a chi proponeva ipotesi di spiegazione
della realtà comportanti la revisione critica di quelle certezze con
le quali, per esempio, si sono giustificati finanziamenti e creazione di grosse
strutture di ricerca e di potere.
Alla luce di queste considerazioni possiamo affermare che qualunque essere umano
che voglia affermare la propria libertà di ricerca è portatore
di una esigenza filosofica, intendendo con ciò una concezione della vita
all’interno della quale l’individuo trova la giustificazione delle
proprie scelte e delle proprie posizioni.
E’ perciò indispensabile affrontare le riflessioni proposte in
tutte le suddivisioni del punto 1: da Eraclito a Nietzsche è un progressivo
crescere di consapevolezza che ci aiuta a trovare in noi stessi la forza di
affrontare la vita senza più avere il bisogno di sentirsi approvati e
giustificati da una autorità costituita che ci gratifica e ci promette
quella serenità di spirito che può essere soltanto una conquista
interiore.
Il discorso esposto dal punto 1.1 (Eraclito) al punto 1.14 (Ohsawa) non è
e non vuole essere una esposizione del pensiero dei singoli filosofi. Piuttosto,
da ciascuno di questi filosofi, si è voluto estrarre e sottolineare stimoli
e intuizioni capaci di portare a ciascuno di noi materiale sufficiente per costruirci
una personale visione del mondo con cui scoprire nella macrobiotica quella marcia
in più che ci darà una sensazione di conoscenza e, quindi, di
potere mai prima sperimentati.
Le riflessioni che i filosofi suggeriscono vengono esposte in modo da renderle
accessibili a tutti, alla condizione che si sia disposti ad affrontare questa
lettura come una necessaria fase di iniziazione. Chi si avvia a questo lavoro
non avendo mai prima d’ora affrontato simili argomenti non deve pretendere
da se stesso comprensione facile e immediata alla prima lettura nella certezza
che, con il tempo, la maturazione che comunque le letture ripetute gli consentiranno
costruirà in lui un livello di consapevolezza filosofica più che
sufficiente per sentirsi autogestito.
Chi non riesce ad affrontare questo compito non si illuda di trovare nella macrobiotica
come dieta la soluzione ai suoi problemi: la macrobiotica come dieta funziona
e dà il meglio di sé solo in quanto applicazione sul piano dietetico
di principi filosofici, la cui assenza rende velleitario il tentativo di affrontare
in modo autonomo e adeguato la gestione delle difficoltà che si pretendeva
di risolvere.
Religione e macrobiotica
Il secondo elemento che ha finora condizionato la diffusione della macrobiotica
ad una ristretta élite è il fattore religioso. E come, parlando
dei filosofi, abbiamo suscitato la opposizione di tutti coloro che difendono
la ortodossia di un insegnamento codificato su un piano accademico così,
sul piano religioso, finiamo per incontrare l’opposizione intransigente
di tutti coloro che difendono una ortodossia cristiana che si è sedimentata
nei secoli e non riesce più a confrontarsi con le proprie origini.
Applicare alla propria vita i principi macrobiotici significa vivere una dimensione
religiosa che è, contemporaneamente, nuova e antichissima. Nuova perché
ci porta su posizioni in conflitto con la ortodossia oggi imposta, antichissima
perché grazie ad essa ci si trova ripuliti da tante incrostazioni dogmatiche
fino a giungere alla certezza interiore che il messaggio cristiano nella sua
purezza iniziale coincide esattamente con il messaggio essenziale delle altre
grandi religioni storiche; tutte le grandi religioni, infatti, hanno dato origine
nel corso dei secoli alle chiese come istituzioni di potere che hanno finito
per inquinare un discorso iniziale di spiritualità con i compromessi
di carattere politico ed economico e i privilegi che le gerarchie ecclesiastiche,
diventate strutture separate dall'insieme dei credenti, hanno potuto impunemente
autoconcedersi.
A questo proposito proviamo a riflettere sulla seguente citazione di un passo
tratto da S. Agostino:
Item quod dixi: Ea est nostris temporibus christiana religio quam cognoscere
ac sequi securissima et certissima salus est, secundum hoc nomen dictum est,
non secundum ipsam rem, cuius hoc nomen est. Nam res ipsa quae nunc christiana
religio nuncupatur, erat et apud antiquos nec defuit ab initio generis humani,
quousque ipse Christus veniret in carne, unde vera religio, quae iam erat, coepit
appellari christiana.
Cum enim eum post resurrectionem ascensionemque in coelum coepissent apostoli
praedicare et plurimi crederent, primum apud Antiochiam, sicut scriptum est,
appellati sunt discipuli christiani.
Propterea dixi: Haec est nostris temporibus christiana religio, non quia prioribus
temporibus non fuit, sed quia posterioribus hoc nomen accepit.
(s. Agostino - Retractationes libro I; XIII, 3)
In lingua italiana questo passo sostanzialmente dice:
Allo stesso modo, come ho già in precedenza affermato: Ai giorni nostri
quella religione cristiana che è salvezza certissima e sicurissima conoscere
e praticare, è stata definita tale per quanto riguarda il nome, non per
il suo contenuto, cui il nome si riferisce. Infatti quella stessa cosa che oggi
viene definita religione cristiana c'era già presso gli antichi e non
cessò mai di esistere fin dall'inizio del genere umano, fino a quando
il Cristo si incarnò e in quel tempo la vera religione, che già
esisteva, incominciò a essere chiamata cristiana.
Quando infatti, come è scritto, dopo la resurrezione e l'ascensione in
cielo gli apostoli cominciarono a predicare la sua dottrina e molti a crederla,
questi furono chiamati discepoli cristiani per la prima volta nella regione
di Antiochia.
Per tale motivo ho affermato: questa è la religione cristiana dei nostri
tempi, non perché non esistesse in epoche precedenti, ma perché
assunse questa denominazione in epoca successiva.
Nei filosofi citati dal punto 1.1 (Eraclito) al punto 1.12 (Nietzsche) si è
voluto fare emergere, pur nella estrema sinteticità del discorso, proprio
quel messaggio di verità di cui ha parlato Agostino, verità che
risale a culture ed epoche storicamente non definibili dal momento che, prima
di emergere nel pensiero dei filosofi occidentali, era trasmessa oralmente nelle
religioni dei misteri e nei riti di iniziazione di civiltà che da quella
egizia ci rimandano necessariamente alla preistoria di culture come quelle induista,
taoista e shintoista.
Sono pochi i cristiani che sono a conoscenza del fatto che le più importanti
festività cristiane, come lo stesso simbolo della croce e del crocifisso,
sono una riedizione di festività e simboli preesistenti, e questi pochi
preferiscono non affrontare il problema che la citazione di Agostino propone,
sempre perché la pigrizia mentale e la paura di ritrovarsi soli nella
ricerca li porta a subire passivamente una verità che gli "addetti
ai lavori" gli danno preconfezionata.
L'esperienza religiosa individuale, infatti, può essere vissuta a livelli
diversi, dando origine a diverse figure di credenti che possiamo distinguere
sinteticamente in tre livelli, dal punto di vista della autenticità come
tensione di fede.
C'è una dimensione religiosa, tipica della stragrande maggioranza di
coloro che frequentano chiese e religiosi, che consiste nel lasciare alla gerarchia
ecclesiastica il compito e il diritto di definire la verità come messaggio
di salvezza che può dare un senso alla vita. Questo spazio di potere
che la chiesa ha da secoli saldamente in pugno le è stato lasciato da
quella pigrizia mentale e intellettuale con la quale, chi più chi meno,
tutti ci ritroviamo a dover fare i conti e sono relativamente pochi coloro che
hanno rivendicato come un proprio inalienabile diritto-dovere quello di trovare
risposte personali ai perché sul senso della vita.
C'è poi una seconda dimensione religiosa molto sfumata come area ma,
d'altra parte, costituita da una minoranza di credenti. Quella minoranza che
ha messo a fuoco la inadeguatezza e le contraddizioni, quando non le vere e
proprie assurdità, sul piano teoretico e dei comportamenti pratici che
caratterizzano la gerarchia ecclesiastica che si autopropone come modello e
guida ad una autentica vita cristiana.
La posizione critica di questa minoranza nasce dal bisogno di chiarezza dottrinaria
e coerenza della sua applicazione che l'istituzione-chiesa così poco
ha dimostrato nel corso della sua storia: da qui sono sempre scaturite quelle
riforme religiose che dalla ortodossia sono poi state dichiarate, quando non
addirittura annientate, come eresie. Tuttavia la paura di scoprirsi soli di
fronte al mistero della vita ha spinto molti di costoro ad accettare di entrare
in nuove chiese, in nuove strutture religiose che, se pure su posizioni meno
provocatorie, finiscono per riproporre gli inconvenienti e le contraddizioni,
specie sul piano filosofico, che caratterizzano la dottrina cattolica.
In questa seconda area di religiosità, per tanti versi molto sfumata,
forse si possono inserire alcuni dei visitatori di questo sito come credenti
critici e poco inclini a farsi suggerire scelte preconfezionate ma, contemporaneamente,
non ancora disposti a quella scelta radicale che caratterizza una terza dimensione
religiosa, quella che Kierkegaard ha vissuto in modo filosoficamente sofferto
e drammatico. E' la scelta di chi accetta di confrontarsi, assolutamente da
solo, con il mistero della vita. E' una solitudine che spazia dalla fredda e
inattaccabile logica con la quale Leibniz caratterizza la autoconsapevolezza
delle monadi alla terribile e tragica autosufficienza del superuomo nietzschiano,
tragica nel senso che se non trova uno spazio per una realizzazione positiva
rischia di sfociare nella psicosi schizofrenica. Tra questi due estremi, Leibniz
e Nietsche, si può individuare quel terzo tipo di solitudine che Kierkegaard
ha esemplificato nel racconto/mito di Abramo che, su richiesta di Dio, accetta
la prospettiva di sacrificare quell'unico figlio che rappresentava per lui tutto
il senso della vita. Questa dimensione religiosa sfocia perciò, necessariamente,
nella nevrosi e non sappiamo fino a che punto sia poi così preferibile
alla follia a cui è approdato Nietzsche.
Coloro che abbiamo definito come credenti del secondo livello non hanno ancora
deciso di tentare la strada della liberazione totale, perché spaventati
da tutti i rischi e le prove che questa scelta necessariamente comporta. Costoro
sono critici nei confronti della chiesa e della gerarchia ecclesiastica quando
esse, come così spesso succede, si comportano in modo incoerente ma,
al tempo stesso, sono ancora legati ai dogmi e alle suggestioni che si ritrovano
sedimentati nell'inconscio. Nel senso che non riescono a liberarsi dalla concezione
antropomorfica dell'essere divino per cui, quando la vita scorre in modo accettabile,
non hanno difficoltà a vivere pensando che tutta la realtà sia
governata da questa entità che sa quel che vuole e persegue i propri
fini, che pure ci restano sconosciuti. Quando però le cose non ci convincono
e le esperienze che ci piovono addosso creano sofferenze, essi finiscono necessariamente
per trovarsi dilaniati dalla necessità di scegliere tra un abbandono
fiducioso alla divina provvidenza che sa quello che fa, oppure ribellarsi a
questa entità divina incomprensibile nel momento in cui impone esperienze
che tutto il nostro essere si rifiuta di considerare meritate. E non è
certo con la nietzchiana tragica decisione di volere che succeda ciò
che un destino inafferrabile ha già deciso che possiamo salvarci e tornare
a vivere con un minimo di motivazione e di speranza.
La vita di chi si trova su quello che è stato definito come secondo livello
di fede è, così, perennemente oscillante tra una fiducia che il
mondo sia bello quando tutto fila liscio o, per lo meno, non ci sentiamo immeritatamente
perseguitati e l'esperienza angosciante di depressione totale quando ci sentiamo
schiacciati da eventi a cui non sappiamo come rispondere. E' un modo di vivere
certamente molto più dignitoso di chi ha rinunciato una volta per tutte
alla propria autonomia di giudizio, ma non è certo un bel vivere.
Quella che qui si propone è la scelta della terza dimensione di fede
che, oggi, si prospetta come realizzabile positivamente, senza cadere nella
nevrosi kierkegaardiana o nella psicosi nietzschiana. E vi viene prospettata
non come un messaggio di salvezza che per la prima volta venga proclamato al
mondo: è la verità che s.Agostino diceva essere accessibile da
sempre per gli uomini di sufficiente volontà e coraggio ma che, proprio
per questo, è sempre stata una strada che ha visto ben pochi viaggiatori.
Oggi, almeno nella nostra area di cultura occidentale, c'è un grosso
vantaggio rispetto ai ridotti spazi di manovra offerti in passato, da un lato
perché la chiesa come istituzione che difende i propri privilegi non
può più giungere a quelle forme di repressione brutale che per
tanti secoli hanno caratterizzato la sua reazione e, dall'altro, perché
oggi esiste la possibilità di verificare giorno per giorno su se stessi,
sul proprio essere fisico, la verità della affermazione che il mondo
ha un senso per chi ha la forza di aprire gli occhi.
Non è, questa, una scoperta recente: già Buddha e, con altre parole,
Gesù Cristo hanno affermato che vivere in modo autentico significa aprire
gli occhi per scoprire, a un primo livello, che le malattie spariscono. Quando
poi si giunge ad un livello superiore si può realizzare la personale
verifica che, con la morte del corpo fisico, non è affatto finita una
esperienza esistenziale altrimenti definita dalla attuale ortodossia come unica
e irripetibile.
In altre parole, quella dottrina che spiega il mondo e la nostra vita, che nella
storia della cultura occidentale vediamo emergere in molti filosofi dai presocratici
ai giorni nostri, ha, oggi, la possibilità di trasformarsi da teoria
bella e affascinante ma, per certi versi, troppo sfuggente e misteriosa, in
regole pratiche di vita che permettono di verificare personalmente che il mondo
e la nostra esistenza individuale sono veramente realtà che possiamo
scegliere quando si è compresa la dialettica yin/yang, la dialettica
dei poli opposti complementari.
Tale dialettica, in quanto regge il mondo, ha caratteristiche di eternità
e di infinitudine e perciò in ultima analisi ci resterà sempre
sfuggente, ma in quanto dimensione che presiede al nostro esistere personale
può nella realtà quotidiana trasformarsi in una verifica rigorosa,
quando le variabili in gioco siano sufficientemente contenute.
Il discorso del punto 1.13, dedicato alla nuova dimensione geometrico-matematica
dei frattali, intende proporre stimolanti riflessioni sul fatto che la visione
del mondo che emerge da Eraclito, Parmenide, Pitagora e Platone, con le potenti
intuizioni di Leibniz viene oggi riscoperta dalla scienza contemporanea, riproponendo
in un certo senso la stessa considerazione agostiniana già citata.
I frattali ci parlano di un mondo che, se a prima vista si caratterizza caotico
e imprevedibile, ad un esame più approfondito risulta invece armonia
e rigore coniugando contemporaneamente i due principi di Bellezza e Armonia
che sono poi sintetizzati dall'affermazione platonica che l'Essere è
Bene.
Contemporaneamente la matematica ci pone di fronte alla constatazione, inquietante
sul piano esistenziale ma perfettamente coerente e stimolante sul piano filosofico,
che l'eterno infinito presente in cui siamo immersi e di cui siamo espressione
ci risulta, in quanto realtà infinita, perennemente sfuggente e quindi
ci fa intuire il senso della affermazione hegeliana che l'attimo ha, nella sua
assoluta impalpabilità, una potenza infinita che per la nostra attuale
limitata capacità di percezione e autopercezione si traduce come divenire,
come scorrere del e nel tempo. Anche la fisica, nel corso di questi ultimi decenni,
è giunta ad intuire questa dialettica nel momento in cui propone di considerare
il fotone e l'elettrone come lo stesso evento visto contemporaneamente nella
doppia direzione della freccia del tempo; l'astrofisica da parte sua arriva
a proporre l'ipotesi che la realtà del nostro universo che si annichila
nei buchi neri potrebbe costituire la nascita di nuovi universi mai perfettamente
identici a quello di origine. Questa dialettica, contraddittoria sul piano della
logica della quotidianità, esprime invece la dimensione vera dell'Essere,
per cui il divenire di Eraclito e di Hegel è l'altra faccia dell'eterno
infinito presente di Parmenide, a cui si riferiscono le intuizioni della vertiginosa
insondabilità divina propria dei mistici di ogni tempo.
Tutte queste considerazioni non ci portano più, oggi, puramente e semplicemente
ad una teologia negativa ma alla esaltante possibilità di ritrovare certezze
solide nel momento in cui, accettando di rinunciare alla pretesa di capire il
senso del mondo nella sua totalità, riduciamo le variabili in gioco e
cerchiamo "soltanto" di capire meglio come funziona il nostro esistere
individuale nella realtà spaziotemporale.
In altre parole, per esempio, partendo dalla realtà accettata delle proprie
caratteristiche genetiche si può, quando si è giovani, impostare
un modo di vivere che porterà alla salute e al benessere psicofisico
sempre sotto controllo; quando l'età è più avanzata il
discorso si complica perché, oltre al nostro corredo genetico, si sono
accumulate nel corso degli anni scelte di vita che possono avere intaccato in
modo notevole le potenzialità di energia vitale di cui eravamo dotati
in partenza. Nonostante ciò, tuttavia, in qualunque età si decida
di sperimentare una corretta gestione delle energie yin/yang, con le quali finiamo
giorno per giorno per ricostruirci attraverso le scelte del cibo, delle bevande,
dell'aria che respiriamo e dei pensieri che coltiviamo, è possibile toccare
con mano i cambiamenti concreti sul nostro stato di benessere psicofisico, traendone
prove progressivamente sempre più fondate che si tratta veramente di
quel messaggio di salvezza che da tempi immemorabili è stato disponibile
agli uomini di buona volontà.
Ecco il senso del discorso della terza parte, dedicata ad una proposta dietetica
che dal Taoismo a Pitagora propone un nuovo-antichissimo tipo di ascetismo e
di esperienza religiosa.
Ecco allora, di qui, la dialettica yin/yang sfumare nella legge del karma per
cui la realtà dell'attimo presente è rigorosamente e necessariamente
determinata dalle incalcolabili variabili che sono state messe in gioco, in
precedenza, da noi stessi e dal resto della realtà con la quale abbiamo
interagito: poiché nell'attimo presente si condensa la totalità
del nostro essere -e qui utilizziamo le intuizioni hegeliane attraverso una
rilettura che ai suoi tempi era molto più difficile da fare- e poichè,
al tempo stesso, nella nostra persona si manifesta la infinita potenza dell'Essere,
possiamo mettere in atto nuove scelte consapevoli che ci porteranno ad andare
a visionare, tra gli infiniti possibili futuri, tutti ugualmente veri ed esistenti
nella dimensione leibniziana di Dio, quello che, a posteriori, risulterà
poi essere il logico e necessario sviluppo delle premesse che sono state poste
in atto. Questa possibilità di trasformare la necessità, il presente
come inevitabile risultato del passato, in libertà, come libera scelta
tra gli infiniti futuri può essere un esempio di come funziona la dialettica
yin/yang per cui lo yin sfuma e si trasforma nello yang per poi ulteriormente
capovolgersi nell'eterno divenire dell'infinito gioco della vita.
Quando sentiamo dire che questo continuo trasformarsi e ritrasformarsi dei due
poli che costituiscono l'essenza dell'essere, che è poi stata nel secolo
scorso magistralmente riproposta come intuizione da Fichte, da Schelling e da
Hegel, risulta non convincente e non chiaro, si rivelano da un lato i limiti
propri della cultura occidentale quando si esalta, giustamente, per le proprie
realizzazioni tecnologico-ingegneristiche ma poi da questa dimensione di forza
pretende, non più legittimamente, di ridurre la realtà ultima
dell'essere a questa dimensione di concretezza per cui tutto ciò che
non è esattamente misurabile diventa, nella migliore delle ipotesi, arte
e suggestione poetica, quando non mistificante filosofia che pretende di avere
intuito come e perché funziona il mondo; dall'altro emerge la personale
difficoltà a rimettere in discussione le proprie certezze acquisite che,
soprattutto sul piano dei valori con i quali si è giunti ai giudizi etici,
non si accetta possano sfuggire di mano quando si entra, da soli, nella dimensione
dialettica della metamorfosi yin/yang.
E' questa, in conclusione, la difficoltà più grande perché
quando si entra nel livello di fede filosoficamente più elevato ci si
trova soli, sotto vari punti di vista: innanzitutto perché progressivamente
svanisce la figura di quel dio antropomorfo che la maggior parte dei credenti
vuole poter pregare e, magari, maledire: viene perciò a mancare la figura
di quella entità personale che ci può aiutare, giudicare, punire
e dobbiamo solo più fare i conti con la legge del karma, la legge di
causa-effetto. Questa nuova consapevolezza è, contemporaneamente, una
formidabile liberazione e un carico di responsabilità mai prima sostenuta
dall'essere umano, responsabilità che nei momenti di crisi ti fa sentire,
con il suo enorme peso, ancora più difficilmente sostenibile il cammino
evolutivo in solitudine che si è osato intraprendere.
Questo nuovo livello di fede ha, alla sua base, la certezza che il mondo esprime
sempre razionalità, bellezza e armonia per cui, quando abbiamo davanti
agli occhi qualcosa di ostile, di cattivo e di doloroso dobbiamo trovare la
forza di riconoscere che stiamo guardando il mondo come quando proviamo a leggere
una carta stradale con la scala sbagliata e ci sorprendiamo perché i
conti non tornano.
Avere fede significa credere fermamente che noi siamo in Dio e, quindi, il male
come realtà assoluta non esiste: è il grande messaggio di Platone
che, come iniziato, era a conoscenza di quella sempre esistita verità
cui si riferiva Agostino e che la chiesa cristiana dei suoi tempi ben conosceva.
Non è, questa, una verità comoda né facile ed è
anche per questo che la chiesa cristiana, che nei secoli successivi si trasformerà
in un centro di potere e di privilegi, finirà con il perderla.
Scienza e macrobiotica
La scienza classica si caratterizza come studio di fenomeni quantificabili
e per la dimensione sperimentale del suo operare, nel senso che una legge scientifica
nasce come risultato di una serie di osservazioni ripetibili e controllabili
da chiunque.
Questa definizione è stata messa in crisi dagli sviluppi della fisica
del XX secolo che è giunta a relativizzare la conoscenza e a dichiarare
la impossibilità di giungere ad osservazioni oggettive quando la ricerca
supera certe soglie, per esempio come quando si indaga sulla natura del nucleo
atomico e delle sue particelle. In particolare, poi, la fisica e la matematica
sono venute a rimettere in discussione i principi della logica aristotelica
su cui per secoli si era basato lo sviluppo della scienza.
Su questo piano è possibile una convergenza tra la ricerca scientifica
e la dimensione macrobiotica.
Quest’ultima, infatti, sottolinea che l’aspetto qualitativo e quello
quantitativo dei fenomeni hanno pari importanza e, allo stesso tempo, afferma
che se la verifica dei risultati, intesi come guarigione di una malattia, può
essere fatta su un piano oggettivo, è altrettanto vero che la radice
profonda di questi cambiamenti è sostanzialmente su un piano soggettivo;
se, ancora, consideriamo il fatto che i principi macrobiotici si basano sulla
metalogica eraclitea, sulla dialettica di tipo hegeliano, possiamo capire come
e perché la macrobiotica sia stata guardata con commiserazione dalla
scienza accademica e sia invece stata oggetto di interesse di quei ricercatori
che hanno conservato la capacità di rimettersi in discussione. I tempi
tuttavia stanno maturando e sempre più spesso vediamo studiosi che scoprono
negli antichissimi principi taoisti le radici e l’anticipazione delle
intuizioni della ricerca contemporanea più avanzata.
Sono discorsi che verranno ripresi nel punto 1.10 (Leibniz).
Per il momento basta sottolineare che, se è vero che fondare la propria
vita sui principi della macrobiotica ci sbalza su un piano che dal punto di
vista scientifico tradizionale appare sfuggente, è altrettanto vero che
ciascuno di noi può fare giorno per giorno su se stesso la verifica concreta
dello stato di equilibrio yin/yang che è riuscito a realizzare constatando
il proprio benessere psicofisico; stato di benessere che, poi, trova puntualmente
riscontro nelle analisi di laboratorio.
In sintesi, si può affermare che una scelta di vita secondo i principi
macrobiotici ha come presupposto una certezza filosofico-religiosa: la certezza
che il mondo ha un senso. E’ una dimensione che potremmo definire neopitagorica,
con la consapevolezza, tuttavia, che le radici storiche di tale certezza vanno
ben oltre il pensiero pitagorico e si perdono nella notte dei tempi. Questa
certezza non è dimostrabile né insegnabile perché nasce
all’interno di una coscienza evoluta come già Platone, nella lettera
VII, ha precisato: Questa non è una scienza come le altre: essa non si
può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende da fuoco
che balza: nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di
discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre
di se medesima.
Questa nuova consapevolezza non è insegnabile perché la si può
solo meritare con la propria coerenza di vita: è il risultato di una
evoluzione spirituale ed è per questo che nasce d’improvviso nell’anima
che ha raggiunto un adeguato livello di maturazione e, da quel momento, permette
a colui che l’ha raggiunta la costante, quotidiana verifica in termini
scientificamente interessanti. Nel senso che non si proietta lo stato di benessere
in un mondo ultraterreno che si può solo sperare dopo la morte, ma lo
si sperimenta sul piano esistenziale della vita quotidiana, come risultato di
una legge di causa-effetto che nulla concede all’autosuggestione e al
fanatismo.
La legge fondamentale che viene verificata quotidianamente è che l’equilibrio
yin/yang realizzabile attraverso il controllo della dieta ci porta a constatare
la presenza di un ottimo appetito di fronte ai cibi più semplici e di
una straordinaria capacità di affrontare le difficoltà della vita,
viste come opportunità per imparare e per mettere alla prova la nostra
comprensione della legge che soggiace al mondo manifesto.
Il macrobiotico realizza su se stesso che la grande salute, che Nietzsche ha
soltanto intuito, è una entusiasmante possibilità.