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TERMINALITA' E RELAZIONI FAMIGLIARI
a cura di: Dr. Babbolin Giovanni Ph.D
Tutti noi esseri umani ci aspettiamo che la morte sia riservata
esclusivamente all’anziano, ma non è così.
La morte è una fase del nostro percorso di vita nella quale tutti dobbiamo
passare.
Nel caso delle malattie, questo diventa un evento imprevisto inserito nella
vita dell’individuo.
Ci sono due fasi importanti da vedere sotto un’ottica diversa dall’usuale:
A=NASCITA B=MORTE
Noi non dobbiamo tenere in considerazione che tutta l’esistenza dell’essere
umano sia racchiusa in A e B, ma che niente è nato da niente e che niente
morirà con niente.
Cercheremo di ricordare che la persona non è solo quello che appare fisicamente,
ma è un insieme di attributi (fisico-mentale-spirituale).
Il compito degli operatori Sanitari è d'occuparsi di una specifica fetta
di vita del malato terminale.
Abbiamo detto pocanzi A e B sono la nascita e la morte.
Gli operatori sanitari entreranno ad aiutare un individuo nel momento in cui
lui prenderà coscienza dell’evento morte.
La coscienza della morte si percepisce nel momento che un imprevisto entra a
far parte della quotidianità dell’individuo all’improvviso
(malattie e incidenti di diversa natura).
Non fa parte del pensiero comune prendere coscienza della morte negli anni della
giovinezza o per lo meno negli anni di piena salute fisica, ma sarebbe una cosa
molto importante, almeno pensarci veramente, per poi riuscire ad avere un impatto
meno catastrofico nel momento in cui per cause naturali o per malattie, entreremo
nel processo inevitabile della morte fisica.
La fase terminale e una passaggio importantissimo per entrambe le parti; sia
per gli operatori sanitari, che per l’Ospite-Paziente-Malato.
L’unica vera componete che l’operatore deve capire, è che
non è lì per cercare di ripristinare la salute dell’individuo,
ma per accompagnarlo nella sua fase terminale, cercando di fargli accettare
l’evento morte.
Non si vuole affermare che la cura farmacologia non serva, ma visto che l’evento
morte è per tutta l’umanità un passaggio inevitabile, sì
cerca di renderlo meno traumatico.
Gli operatori sanitari operano di solito quando il paziente, nella maggioranza
dei casi, è già cosciente della morte e ha capito che qualcosa
sta per finire.
In questo caso gioca un ruolo essenziale la domanda che chiunque si pone:
perché proprio a me?
Ecco dove gli operatori hanno un ruolo importante.
Da questo punto fino all’evento morte, si apre una fase acuta della crisi,
con un’instabilità psicologica, variabile da soggetto a soggetto.
(l’inconscio non accetta la morte…Freud)
In questa fase acuta del morente sono necessari due approcci:
le cure mediche e le cure personali; qui diventa rilevante capire il soggetto.
In questa fase si presenta il picco della paura dell’individuo e le capacità
intellettive sono ridotte al minimo; è dunque necessario dargli più
tempo di adattamento a questa situazione, affinché si possa avere una
porta aperta con il malato ed intervenire nel modo più giusto per cercare
di toglierli l’ansia e le paure che lo stanno logorando.
Il problema del morente è la paura dell’ignoto, l’eventuale
dolore ne complica notevolmente lo scenario, ma non ne modifica i lineamenti
essenziali.
Gli operatori sanitari devono capire quali siano le emozioni del malato, affinché
se né possa comprendere le prospettive e fare in modo che il non interessamento
emotivo da parte degli operatori non sia visto dal paziente come crudeltà;
(il disinteressamento professionale programmato degli operatori sanitari è
attuato per non essere coinvolti emotivamente e garantire senza ripercussioni
i servizi primari al malato).
Un problema che assilla per la maggiore un malato terminale è l’impossibilità
di correggere gli errori fatti in passato.
L’insoddisfazione di aver lasciato irrisolte delle questioni famigliari
e di non poter più ristabilire per le conseguenti impossibilità
fisiche e/o mentali, complica il tutto.
Questo provoca nel malato un gran senso di colpa.
Un compito molto importante per gli operatori sanitari e quello di cercare di
far adattare alla sua nuova realtà il malato terminale, aggrappandosi
anche alla sua memoria e ai suoi ricordi passati, affinché possa trascorrere
il suo tempo rimanente in una condizione psico-fisica meno malata; (tra due
mali cercheremo di adattarlo al meno male).
Non esistono delle costanti per le quali gli operatori sanitari debbano tenersi
ad un protocollo di comportamenti e terminologie in una comunicazione con il
malato terminale, perché egli vive la propria condizione in maniera soggettiva,
condizionata da vari fattori quali( stile di vita, ambiente di lavoro, livello
di qualità culturale, reddito, assistenza medica ecc.) determinanti il
proprio essere e dunque caratterizzando la personalità dell’individuo;
(uno è ciò che ha deciso di essere).
A questo punto viene spontaneo rivolgersi un’altra domanda:
perché l’essere umano ha paura della morte?
Tante potrebbero essere le risposte, ma una in particolare tende ad avere più
peso.
L’individuo, analizzato nella sua visione storico-sociale ha un problema
di identità.
Tra il piano mentale e l’intelletto c’è nel mezzo una parte
di distorsioni dell’ego riflesso.(ahamkara)
(In tal proposito suggerirei, per approfondire l’argomento, un libro dal
titolo I persuasori occulti “Autore ignoto, ma in fase di ricerca”).
L’inconscio è il depositario delle nostre convinzioni più
profonde.
Un pensiero psichico che scivola nell’inconscio diventa un pensiero autonomo
racchiuso in uno spazio sottile; dunque può essere modificato.
(Karma Ashaya, inconscio, subconscio, dove risiedono i nostri rimossi, il depositario
delle nostre convinzioni).
Dunque, ogni individuo muore a modo suo, con il proprio stile, come è
vissuto muore.
In caso di una malattia grave diventa più facile per gli operatori sanitari
inserirsi in quel spazio sottile e riuscire a modificarlo.
Uno studio fatto sui “mantra”( man=mente tra=strumento, parola sanscrita
di uso diffuso nella tradizione indiana, che usa il suono e la stessa voce umana,
come terapia per ottenere il controllo della mente o indurre nella stessa contenuti
diversi dagli usuali.) visualizza il fatto di come si possa modificare quella
parte di pensiero scivolata via fino a rimuoverla.
In tal proposito la musicoterapica è un sistema validissimo di controllo
e non solo:
un’altra parte molto interessante ed essenziale per far sì che
il malato terminale giunga alla fine della propria vita fisica in serenità,
è la tecnica della visualizzazione.
Non solo allora diventa importante il suono, la musica e la voce, ma anche le
immagini gioiose.
Il linguaggio del nostro corpo, (un gesto vale più di mille parole),
la tranquillità e la serenità degli operatori, sono di ottima
importanza per riuscire ad avere una visione olistica dell’individuo nel
suo insieme.
Così si va a creare un mutuo scambio, perché gli operatori sanitari
non sono sopra le leggi, non sono sopra i pazienti, ma sono la medesima cosa,
e dunque devono lavorare in sinergia per identificare le emozioni che portano
sofferenza e cercare di allontanarle.
Dunque si spera che con buona volontà, senso critico e altruismo, di
riuscire a portare il malato sempre più vicino ad un mondo e ad un modo
di morire meno sofferente.
Dr. Babbolin Giovanni
Ph.D Hindovedic Psychology Ayurveda Specialty
Un ringraziamento doveroso va al Prof. Marco Ferrini Insegnante Maestro e Guida