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ZUCCHERI PERICOLOSI

 

Definizioni confuse
Gli stati mentali disturbati, e più in generale i problemi di origine psicologica, si prestano particolarmente bene a generare confusione sia in chi li patisce che in chi li deve curare: basti pensare al fatto che gli esperti si accapigliano da anni per dare una definizione precisa della schizofrenia, e che di alcune “recenti” malattie come la SAD, l’ADHD, la PMS, si sta ancora discutendo – anni dopo aver definito il loro trattamento farmacologico - sul fatto che esistano o meno.

Squilibrio di segnale
La depressione è uno stato mentale disturbato che può colpire tutti, correlato con uno stato fisiologico alterato di carenza del neurotrasmettitore chiamato serotonina. In quel particolare (e sgradevole) stato tutta la nostra vita pare avvolta da un denso fumo nero. Ogni fatto viene esageratamente drammatizzato, fino alle estreme conseguenze, e un po’ per volta ci si distacca da amici, parenti, vita sociale, richiudendosi in se stessi privi della capacità di reagire, e talvolta preda di sintomi fisici spiacevoli come astenia generale, dolori muscolari o ossei, autolesionismo. Occorre quindi non confondere con la depressione normali stati di tristezza, di affaticamento, di debolezza, di solitudine, di sensazione di non farcela, che fanno invece parte della nostra vita. L’elemento differenziante è senza dubbio l’esagerazione, la drammatizzazione, riflesso di un’errata comunicazione tra corpo, comportamenti e cervello.

Tre fattori sinergici
Esistono fattori condizionanti che possano indurre depressione negli individui? La medicina e la psicologia non sembrano saperci dire molto in merito: la depressione è spesso definita “patologia ad eziologia sconosciuta”. In un recente testo sull’argomento mio fratello Attilio ed io abbiamo esaminato alcune di queste possibili cause. Tra queste rivestono una certa importanza l’eccessivo utilizzo di zuccheri semplici, l’abuso di psicofarmaci e la sedentarietà. Vediamo questi tre fattori più da vicino.

Zuccheri pericolosi
Il nostro cervello ancestrale è stato strutturato dall’evoluzione per amare i cibi dolci e ricchi di calorie, così da farci sopravvivere in ambienti ostili e in epoca di carestia. Il reperimento e l’assunzione di un cibo zuccherino doveva darci piacere ed euforia. Ciò avveniva attraverso un meccanismo biochimico legato alla permanenza nel sangue di un particolare aminoacido chiamato triptofano, che l’ondata di insulina scatenata dal repentino innalzamento della glicemia non è in grado di rimuovere con la stessa efficienza degli altri. Quel residuo di triptofano è un precursore della serotonina, e dunque il messaggio che giunge al cervello dopo una “abbuffata” di zuccheri (e relativa scarica di insulina) è un forte segnale di benessere ed euforia. Segnale del tutto temporaneo, però. Ben presto il cervello subirà l’effetto “rimbalzo” e si troverà nella necessità di compensare in qualche modo alla carenza di neurotrasmettitori del benessere. Cercherà dunque un altro cibo zuccherino, ma magari anche una qualunque altra sostanza euforizzante, dal cioccolato al vino, dal fumo all’ecstasy. Tanto più forte sarà lo stimolo verso l’alto, tanto più profonda la caduta, tanto più pericolosa la sostanza che ci consentirà di sentire un po’ di sollievo. Sarà un caso che i nostri ragazzi di oggi – abituati a dosi di zuccheri sempre maggiori, tra bibite, merendine e creme al cioccolato – siano sempre più dipendenti (e sempre più precocemente) da fumo, alcol e altri stupefacenti?

Abuso di farmaci
Un altro importante fattore generatore di depressione è senza dubbio l’abuso di psicofarmaci. Superati i vecchi “triciclici” e i pericolosi “barbiturici” dai pesanti effetti collaterali, si sono recentemente affermati sul mercato (con volumi di vendita da capogiro, inferiori ai soli antinfiammatori!) i cosiddetti SSRI (inibitori della ricaptazione della serotonina) e gli IMAO (inibitori delle monoaminoossidasi). Per sintetizzare la modalità d’azione di questi farmaci senza scrivere un trattato di biochimica, possiamo dire che essi consentono ai “neurotrasmettitori della felicità” (serotonina, dopamina, endorfine) di restare in circolo un po’ più a lungo, migliorando lo stato di benessere percepito dal cervello di chi li assume. Tuttavia più alziamo i livelli di questi neurotrasmettitori, più le cellule nervose riceventi si “impermeabilizzano” all’azione degli stessi, causando quindi calo di efficacia, necessità di aumento dei dosaggi (e dei relativi effetti collaterali) e gravi rischi (suicidio compreso) da parte di chi interrompa improvvisamente la “cura”.
Ora, che vi siano pazienti che necessitano di questi farmaci è senza dubbio vero. Ma da qui a somministrare psicofarmaci ad ogni pié sospinto ce ne passa. L’utilizzo di questi farmaci su persone sane o con lievi problemi (ansia, timidezza, nervosismo, irritabilità) non fa altro che creare una moltitudine di “dipendenti” che potranno diventare in seguito gravemente depressi. Che questa pratica venga oggi estesa anche ai bambini per i quali si sospetta un’ADHD è cosa che dovrebbe farci riflettere a fondo.

Sedentari solo se malati
La sedentarietà infine è un fattore di rischio importante. Decine di lavori scientifici dimostrano ormai l’importanza della corsa, e in generale del movimento, nel rendere gli individui più forti e meno sensibili agli sbalzi d’umore e alla depressione. La motivazione è semplicissima: i nostri antenati non potevano scegliere. Dovevano muoversi circa 40 km al giorno per cacciare, mangiare, vivere in gruppo. Dunque il movimento era parte di noi, e il nostro cervello doveva vedere il movimento con piacere, come un gioco dal quale trarre nutrimento mentale prima ancora che fisico: chi stava fermo era malato o ferito, e aveva dunque buoni motivi per essere triste.
Oggi il nostro cervello è lo stesso di allora, e gioisce internamente del fatto che ci muoviamo, come hanno dimostrato con eleganza Bramble e Liebermann in un lavoro da me più volte citato. La normalità è il correre, il muoversi. L’anormalità, la malattia, corrispondono alla sedentarietà. Sarà anche per questo che i nostri ragazzi – abituati ahimé a passare le giornate tra banchi di scuola, gameboy e computer – sono oggi molto più spesso vittime della depressione rispetto a un tempo? E’ così difficile chiedere ai nostri ragazzi di indossare le scarpette qualche volta di più?

Tre vie curative sinergiche
Le vie per uscire dalla depressione, patologia multifattoriale, sono più d’una. Oggi medici e psicologi fanno uso di un approccio psicologico abbinato all’uso di psicofarmaci, oppure dell’uno o dell’altro separati. Vi è però una terza via, sia preventiva che curativa, che prevede un utilizzo mirato dell’alimentazione e del movimento fisico che può avere effetti sorprendenti sulle capacità di risposta dell’individuo malato. Una ristrutturazione del proprio stile di vita ha sull’organismo profondi effetti di riequilibrio biochimico, ripristinando i corretti segnali tra corpo e mente. A differenza del solo uso di psicofarmaci (che tamponano il problema senza tuttavia mai guarirlo) la via alimentare e sportiva può invece avere effetti profondi e stabili, come documentato da numerosi lavori scientifici. Non seguirla, e talvolta neppure conoscerla, non è solo un atto di arrogante ignoranza, ma è prima di tutto un venir meno al principale lavoro del terapeuta, che è quello di applicare, in scienza e coscienza, ogni possibile rimedio per curare il paziente bisognoso di cure. Conoscere gli effetti del movimento nella prevenzione e nella cura della depressione non è un “optional” per il professionista, ma un dovere. Partecipiamo in prima persona alla nostra cura: nessuno farà per noi ciò che nemmeno noi abbiamo voglia di fare! Segnaliamo al nostro medico i lavori scientifici che indicano il movimento fisico come principale attore nel processo di uscita dal tunnel della depressione. Li conoscerà sicuramente, ma magari, sollecitato in questo modo, deciderà anche – almeno con noi – di applicarli.

fonte: www.lucaspeciani.eurosalus.com/